Quello che sorprende chi come me si è formato negli anni ‘60 e ’70, è l’assoluta e colpevole superficialità dell’attuale analisi sociale e politica. Formati da buoni insegnanti e presi dall’impegno politico, leggevamo molto. Dal canto loro, giornali, riviste e libri offrivano una quantità di dati strutturati e rielaborati oggi assolutamente impensabile. Molte analisi erano sicuramente viziate da un’eccessiva impostazione ideologica o fin troppo aderenti ai canoni dell’analisi marxista-leninista classica, ma perlomeno erano approfondite, filosoficamente fondate; erano in sostanza il prodotto di una buona cultura politica e sociologica.
Proviamo ora a scorrere le righe di giornali e riviste attuali. Accoltella da vigliacco il prof alle spalle? Era un ragazzo tranquillo e aveva nove in condotta. Bruciano l’indiano? Una ragazzata: sono figli di buona famiglia. E poi il razzismo è assolutamente da escludere. Distruggono la scuola? L’hanno fatto per noia. Gli zingari? Un popolo che ha molto sofferto. Gli immigrati rubano? In fondo rubano pure gli italiani. I clandestini rubano più dei regolari? E’ perché sono costretti a vivere in clandestinità. I writers? Artisti. I romeni stuprano? Mai quanto i marocchini. E poi, la maggior parte degli stupri avviene dentro casa e i colpevoli impuniti sono tutti italiani. Inutile poi fermare i clandestini perché tanto entrano lo stesso. La delinquenza? Fisiologica e sotto controllo. L’impunità e le scarcerazioni facili? I magistrati hanno applicato il codice. Quella ragazza ammazzata in Sicilia da tre masculi incastrati dalla sua presunta gravidanza? Era una bravissima ragazza, tranquilla. Bravissimo ragazzo, poi, quel biondino di Garlasco: uno studente modello, incapace di far male a una mosca. Nota: tutte queste frasi io non me le sono inventate, ma le ho riprese testualmente da giornali e telegiornali.
Intanto, certe affermazioni andrebbero soppesate prima di essere scritte, o almeno confrontate con la realtà sociale e processuale. Se bruciare il negro o l’indiano non è razzismo, allora per piacere ditemi cos’è. Che la delinquenza sia fisiologica e sotto controllo è una frase fatta; sa di mattinale di questura. Quella ragazza siciliana era seria: in fondo stava solo con tre uomini insieme. Se una banda di ragazzini demolisce una scuola, ma che significa buona famiglia? Quanto al ragazzo che a tradimento dà una coltellata al prof, è un represso, tant’è vero che il coltello se l’era portato da casa. Passiamo al biondino di Garlasco: mi permetto di dire che ogni volta che lo vedo penso a Anthony Perkins. Un carattere mite e taciturno – lo insegna Shakespeare nel Giulio Cesare quando indica Bruto – non sempre offre elementi di cui poter star tranquilli. Il ceto sociale alto come fattore di moralità è infine solo un pregiudizio, direi uno dei peggiori. Ma passiamo ora agli immigrati. Intanto, la confusione mentale ed etica dei giornalisti si vede dall’incoerenza lessicale: in uno stesso articolo o agenzia o telegiornale possono venir usati contemporaneamente o in sovrapposizione parole diverse: quei poveracci sono chiamati ora clandestini, ora immigrati, ora migranti; come se fosse la stessa cosa. Sul loro tasso di criminalità si può anche discutere, anzi si deve, ma dati alla mano, altrimenti è retorica. Quanto alla giustificazione che delinquono anche gli italiani, il punto debole del ragionamento è che nessuna società ha mai sentito il bisogno di importare delinquenti: è il frutto avvelenato della migrazione. Al massimo è il risultato di un’accoglienza senza integrazione, ma dire che rubano pure gli italiani significa non rispondere alla domanda. E non capire la realtà significa pure perdere le elezioni.
Come si vede, oltre che superficiali, certe affermazioni giornalistiche sono pure fuorvianti, inesatte e incoerenti all’analisi logica. Ma è solo cattivo mestiere o c’è dell’altro? Personalmente, proprio in base all’osservazione iniziale, ipotizzo una bassa preparazione culturale e politica dei redattori, un impoverimento intellettuale di cui si vedono solo ora i danni. Uscirsene con quelle frasi senza che nessun caposervizio le corregga è sintomatico della mancanza di adeguate basi culturali e politiche.
Ma anche questa analisi sarebbe superficiale se non arrivasse alle radici del problema. Non basta parlare di degrado scolastico, di abbassamento del livello universitario o di declino della sinistra ideologica: son disastri reali e documentati, ma non è tutto. Sono la condizione necessaria ma non sufficiente per il collasso, che si deve piuttosto ad una sorta invecchiamento dei circuiti cerebrali di una società –quella italiana – per molti versi sclerotizzata, senile. Pensavo alla magistratura e al suo modo di gestire la realtà processuale: di fronte alla necessità della difesa sociale, quelli sono ancora fermi al garantismo vecchio stile, all’esasperazione dei diritti individuali della persona e alla concessione dei benefici di legge anche in presenza di reati socialmente gravi. Un ordinamento che comunque considera socialmente meno gravi, p.es. i reati finanziari, invece ben più devastanti. Lo stesso ritardo culturale si nota nel modo in cui viene affrontata l’immigrazione: ancora non si è capito che gli spostamenti di popolazione povera producono anche conflitti, e che è in atto una migrazione dal sud e dall’est che in Europa non si vedeva dall’epoca delle invasioni barbariche, e che per molti versi presenta molte analogie con quanto avvenne nel periodo tardoantico. Ma se ci si gingilla ancora con i miti di trent’anni fa sulla futura (?) società multietnica e multirazziale, senza capire le implicazioni dell’impatto con sistemi di valori religiosi, etici e sociali diversi; se si esalta o si nega la diversità secondo le condizioni meteo, se soprattutto si nega la natura del problema o della risorsa, è chiaro che anche le decisioni operative saranno distorte. Se vogliamo, tutto questo ricorda la prima Guerra Mondiale: Cadorna e tutti i generali del suo tempo, alleati o nemici, combattevano una guerra del Novecento con il cervello ancora immerso nel secolo prima, con i disastrosi risultati che sappiamo. Lo stesso fanno in Italia magistrati, politici, amministratori, professori universitari, giornalisti. Il secolo è cambiato e loro ancora non lo sanno.