
KESSELRING
Mentre la figura di Rommel è ammantata di leggenda, Kesselring è senz’altro il generale tedesco meno spettacolare ma più sistematico; ma anche il più odiato dagli italiani e forse anche dagli Alleati che combatterono per venti mesi nella nostra penisola. Eppure lui e Rommel hanno avuto per molti versi una storia simile: militari di carriera dal primo all’ultimo giorno; tedeschi ma non nazisti; figli entrambi d’insegnanti di provincia e quindi estranei alla casta degli ufficiali prussiani. Capaci e ambiziosi, si fecero entrambi le ossa nella prima G.M. e poi nella Reichswehr, il piccolo ma ben addestrato esercito concesso alla Repubblica di Weimar, apolitico solo fino al giorno in cui Hitler prese il potere e autorizzò il riarmo della Germania. Da quel momento la guerra selezionerà i soldati di razza, e Kesselring lo era. Veniva dall’artiglieria, ma contribuì allo sviluppo della Luftwaffe e nel 1940-41 comandò grandi unità aeree sui fronti occidentale ed orientale. Assegnato poi al Mediterraneo come capo di settore, sarà nello S.M. di Rommel in Africa e riuscirà ad attenuare i contrasti fra lui e Hitler. Ma da noi Kesselring è noto soprattutto come il comandante supremo della Wehrmacht in Italia dal 1943 fino alla fine della guerra. Qui fa valere le sue capacità, ritardando di venti mesi la conquista completa dell’Italia e ritirandosi molto lentamente dalla Sicilia sino alla Linea Gotica, salvando sempre gli uomini senza però dar tregua agli Alleati, bloccati ora a Salerno, ora a Cassino, ora ad Anzio, ora a Valmontone. Kesselring ha un gran senso del terreno e sa tenere insieme un esercito in ritirata, ma ha anche il vantaggio di misurarsi con comandanti mediocri: Clark lascia che tutte le truppe tedesche passino tranquillamente lo stretto di Messina, mentre lo sbarco di Anzio è affidato a Lucas, un generale buono per la prima guerra mondiale. L’Italia è lunga, montuosa, povera di strade ma piena di fiumi, per cui la difesa è organizzata per linee di cresta successive. Il nome di Kesselring non è legato a nessuna battaglia campale, ma fino alla fine della guerra rimane egli al comando delle sue truppe, le quali si macchiano anche di atrocità verso la popolazione civile, partigiani o meno. Anche se le Waffen SS erano fuori del suo controllo diretto, Kesselring aveva comunque la responsabilità del contrasto alle forze partigiane, e noi italiani abbiamo vissuto una tragedia nazionale. Certo, attenuò sempre gli ordini di Hitler, affrontandolo direttamente. Quegli ordini non li applicò mai alla lettera, altrimenti sarebbe rimasto inchiodato come von Paulus a Stalingrado o avrebbe seguito la sorte dei nazisti impiccati a Norimberga. Proprio in quel processo fu chiamato come testimone, ma a quello di Venezia nel 1947 fu dichiarato colpevole di crimini di guerra e condannato a morte, pena poi commutata all’ergastolo su richiesta di Churchill. Ma nel 1952 fu graziato e morì a casa sua nel
Unico neo di questo libro è la mancanza di una buona serie di piantine delle operazioni militari. Si tratta di operazioni abbastanza note, ma il lettore digiuno di strategia andrebbe sempre aiutato.
L’AUTORE
Vasco Ferretti si dedica da tempo alla ricerca storica sul periodo dell’occupazione tedesca in Italia. Nel 1988, attingendo alle fonti d’archivio del War Office di Londra, ha scritto Vernichten e, nel 2001, 1944. Una estate rosso sangue. Con Mursia nel

















