giovedì, 05 novembre 2009

Lunedì 9 novembre sono dieci anni dalla caduta del Muro di Berlino. Non chiedo quindi di meglio di parlare del Muro come l’ho visto io da giovane. Andavo in realtà al Nord, per cui arrivai di notte all’aeroporto di Berlino Est con un volo scontato DDR, ignaro del fatto che ivi non esistesse una sala d’aspetto per viaggiatori in transito, aperta anche la notte, come in qualsiasi aeroporto internazionale. Morale della favola: dopo un’ora, tutti fuori, non prima di aver pagato a caro prezzo il visto che ci permetteva di andare a Berlino Ovest. Ok, e il bus? Niente: a quell’ora si poteva andare solo a piedi. Morale della favola, mi ritrovai a mezzanotte in carovana con un gruppo misto formato da ragazzi berlinesi e lavoratori italiani, io a piedi con lo zaino e loro senza bagaglio. La ricordo come la notte più allucinante della vita mia: trattati malissimo, a piedi per chilometri, con muri e reticolati e riflettori ai lati del corridoio, sotto le imprecazioni dei poliziotti che ci intimavano di camminare al centro della strada (ma ai lati, chi pensava di andarci?). Ricordo le torri di guardia coi fari, ricordo i vari posti di controllo con poliziotti sempre più anziani (loro non scappavano). Poco da parlare con i miei compagni di viaggio: i tedeschi facevano gruppo tra di loro e gli italiani erano poveri emigranti abruzzesi ignoranti e impauriti, che lavoravano come camerieri a Berlino ovest. Ricordo poi uno dei poliziotti in modo particolare, perché mi chiese se avessi con me “Waffen, Munitionen oder Handgranaden”, armi, munizioni o bombe a mano. Gli risi in faccia: anche ad avere indosso quella roba, perché dirlo proprio a lui? Si offese, ma ormai non me ne fregava niente: tanto – pensai - peggio di così non può andare. A ripensarci, quella è stata la domanda più cretina che mi abbiano fatto a memoria d’uomo. Alla fine della nottata feci collezione di timbri sul passaporto, ogni volta scrutato nel volto da una guardia diversa. Ero stanco ma non impaurito. Semplicemente, non vedevo l’ora di finirla con quell’incubo.

 

Alla fine, eccoci al Checkpoint Charlie. In realtà mi ritrovai in un prataccio buio e privo di indicazioni che non fossero quelle del cartello in tre o quattro lingue che mi garantiva la libertà. Ricordo anche un negrone della Military Police americana: al buio si vedevano solo i denti e l’elmetto bianco. Ma almeno stavo a Berlino ovest. Quella notte giurai a me stesso che non sarei più andato a Berlino est. Promessa mantenuta. E quando ho visto in televisione, dieci anni fa, la caduta del Muro, avrei voluto esserci.

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giovedì, 15 ottobre 2009

farah

Nella foto, la zona di Helmand, che dice tutto della difficoltà di controllare il terreno. Qui ha combattuto la Folgore, mentre altri parà italiani sono morti a Kabul e li abbiamo onorati. Ma il problema è proprio questo: i soldati italiani in realtà combattono da mesi se non da anni, ma sembra che nessuno lo deve sapere. Provate a leggere il notiziario della Difesa, alla voce “Attività operative”: sembra la Caritas. Ovunque garrisca al vento la nostra bandiera, diamo le matite e i quaderni ai bambini, ricostruiamo le scuole e distribuiamo aiuti alimentari, ma guai a dire che abbiamo le armi e le usiamo pure. In situazione di necessità, sia chiaro; non per imitare i Marines, come assurdamente ipotizzava il generale Mini, ma semplicemente perché in certe situazioni i soldati, prima ancora di difendere gli altri, devono innanzitutto difendere se stessi. Il che intanto significa essere equipaggiati e addestrati a dovere, essere pronti anche a combattere, e in più avere comandanti capaci di guadagnarsi la stima e la fiducia della popolazione locale, fin troppo incline a considerar male gli stranieri, soprattutto se cristiani e incapaci di migliorare le loro condizioni di vita, sia in termini economici che di sicurezza. Ma alla base del problema resta la domanda principale: qual'è l'obiettivo? Ed è un obiettivo realistico? Questa domanda non ce la facciamo solo noi, ma se la pone anche Obama e se la pongono i governi alleati – quello inglese in prima fila - che hanno mandato i soldati e subiscono perdite ben maggiori delle nostre. Certo, i tempi sono cambiati: sull'Isonzo il generale Cadorna poteva permettersi di perdere 3.000 soldati al giorno senza mai finire in galera e- senza andare troppo lontano – in Vietnam gli Americani hanno perso 58.000 soldati in dieci anni, mentre in otto anni di Afghanistan ne hanno persi solo 800. Ma ormai nessuna democrazia postindustriale vuole perdite umane (almeno le proprie), mentre la guerriglia talebana non ha di questi problemi: la demografia è vivace, il martirio è un onore. Ma qui ritorna la domanda iniziale: qual'è l'obiettivo? E' condiviso dalla gente? Si è detto tutto e il contrario di tutto: combattere il terrorismo; aiutare il paese a crescere; portare la democrazia; controllare il territorio. Tutto questo in un paese enorme, arretrato, feudale e mafioso, devastato da anni di guerra e gestito da un uomo appoggiato da noi – Karzai – ma di fatto incapace di regolare il difficile equilibrio con i Signori della Guerra. Dall'Afghanistan esce il 90% dell'oppio, ma di eliminare i campi di papaveri non se ne parla per non perdere l'appoggio dei baroni e delle milizie tribali, ma è proprio quel traffico ad alimentare War Lords e Talebani. A scorrere la rassegna stampa quotidiana internazionale, è evidente l'esiguità delle forze alleate, capaci di mobilità e volume di fuoco, ma trincerate in avamposti dispersi su un territorio enorme. Guardatevi i filmati su military.com o su liveleak.com: c'è sempre una squadra o al massimo un plotone che si difende se attaccato, e se avanza chiede l'appoggio di elicotteri e artiglieria. Il volume di fuoco è uno a dieci, ma poi sarà impossibile tenere il terreno. Laddove le truppe alleate si sono spinte in profondità, i talebani si sono ritirati sulle montagne o nelle loro vallate o si sono infiltrati dove siamo noi italiani, in zone prima tranquille. Quindi è normale che anche noi italiani ci adeguiamo alla situazione.

E qui passiamo alla seconda parte del discorso. Ho letto i recenti libri di Andrea Gagliani, di Fausto Biloslavo, di Antonio Albanese – tutti giornalisti coraggiosi che sono andati sul posto - e ho anche parlato con loro. Sono tutti d'accordo nel dire che i nostri soldati combattono da mesi, ma non lo sa nessuno e soprattutto non deve saperlo nessuno. L'unica funzione esclusiva del soldato è il combattimento, e questa funzione viene simbolicamente negata. Persino la nostra Scuola di Guerra ora ha una denominazione più adatta ad una scuola serale per dattilografe. In televisione c'è una censura strisciante, a meno che non ci scappi il morto o il ferito grave. I governi precedenti sono come quello attuale: bravissimi nel mimetizzare quello che è sul terreno. Parlate coi soldati tornati da Kabul od Herat. Parlate con le loro famiglie e sentite i loro racconti. La gente non è affatto informata su quello che succede fuori del Palazzo e quindi non può né star vicino ai soldati, ma nemmeno sputar loro addosso. Neanche un pacifista avrebbe argomenti e informazioni sufficienti per dimostrare la sua avversità alla guerra. Per questo, anche questa rivista, nel suo piccolo, cercherà di fare il suo lavoro.

* Addenda del 15 ottobre 2009: salta fuori ora da un giornale inglese che noi paghiamo sottobanco i Talebani. Ammesso che la notizia sia attendibile, il problema è capire se il sistema funziona o piuttosto non serva ad ingrassare i già pingui mafiosi locali. E in materia di convivenza con la mafia, noi italiani indubbiamente la sappiamo lunga.

 

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venerdì, 17 luglio 2009

 Premetto che anni fa mi sono occupato per conto di Stampa Alternativa delle agenzie matrimoniali straniere, che spesso mancano di serietà. Ma questa le supera tutte.

7-2-08


Da : luca******@libero.it;


Testo
: Salve mi chiamo Luca, e credo di essere incappato in una storia spiacevole. Ho incontrato una bella ragazza per chat e volevamo entrambi conoscerci. Si chiama Gabriela. Gli ho detto che sarei andato io da lei in Romania a Botosani per conoscerla e ha detto che veniva lei e che serviva soldi per biglietto autobus. Ho inviato 369 Euro per biglietto, e prima di partire mi dice che ha bisogno di 800 Euro per poter varcare il confine altrimenti sarebbe rimasta a casa e che poi me li avrebbe ridati quando arrivava da me. Al confine con Ungheria mi dice che ha bisogno di 2000Euro perchè lei è russa ma abita in romania da 10 anni e per passare il confine ha bisogno di un visto e deve dimostrare ai doganieri di avere dei soldi in modo da essere autosufficiente in Europa. Ovviamente mi dice che me li avrebbe ridati al suo arrivo. Inizio a sospettare che qualcosa non sarebbe andato per il verso giusto. Al confine con l'Austria mi chiede 3000 Euro perchè il visto fatto al precedente confine lo avevano fatto di 50 giorni e non 20. Mi dice 100E/giorno per 50 giorni vuol dire 5000 Euro in tutto nelle sue mani. Gli dico che non potevo avere quella somma al momento, ma sarei andata a prenderla personalmente il giorno dopo al confine con la somma e l'avrei portata in italia. Mi dice che non sta a dormire li e anche se l'avevo convinta che sarei partito subito per stare anche in Ungheria qualche giorno, scopro dopo che ero partito in auto che lei ritornava a casa. Fitte telefonate anche con loro agenzia di partenza. E' una truffa come immagino o diceva la verità? Ho chiesto il giorno dopo (troppo tardi)di avere il passaporto e il biglietto per fax ma inutilmente. Sarebbe ripartita il giorno dopo, (il biglietto era valido per due giorni) ma con la somma completa di 5000 Euro.


Può aiutarmi a capire? Sono disposto anche ad andare in Romania per capire


           Grazie


                      Luca
                      Bologna
                      cell. 335 593****


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martedì, 24 marzo 2009

kesselring

KESSELRING

 

Mentre la figura di Rommel è ammantata di leggenda, Kesselring è senz’altro il generale tedesco meno spettacolare ma più sistematico; ma anche il più odiato dagli italiani e forse anche dagli Alleati che combatterono per venti mesi nella nostra penisola. Eppure lui e Rommel hanno avuto per molti versi una storia simile: militari di carriera dal primo all’ultimo giorno; tedeschi ma non nazisti; figli entrambi d’insegnanti di provincia e quindi estranei alla casta degli ufficiali prussiani. Capaci e ambiziosi, si fecero entrambi le ossa nella prima G.M. e poi nella Reichswehr, il piccolo ma ben addestrato esercito concesso alla Repubblica di Weimar, apolitico solo fino al giorno in cui Hitler prese il potere e autorizzò il riarmo della Germania. Da quel momento la guerra selezionerà i soldati di razza, e Kesselring lo era. Veniva dall’artiglieria, ma contribuì allo sviluppo della Luftwaffe e nel 1940-41 comandò grandi unità aeree sui fronti occidentale ed orientale. Assegnato poi al Mediterraneo come capo di settore, sarà nello S.M. di Rommel in Africa e riuscirà ad attenuare i contrasti fra lui e Hitler. Ma da noi Kesselring è noto soprattutto come il comandante supremo della Wehrmacht in Italia dal 1943 fino alla fine della guerra. Qui fa valere le sue capacità, ritardando di venti mesi la conquista completa dell’Italia e ritirandosi molto lentamente dalla Sicilia sino alla Linea Gotica, salvando sempre gli uomini senza però dar tregua agli Alleati, bloccati ora a Salerno, ora a Cassino, ora ad Anzio, ora a Valmontone. Kesselring ha un gran senso del terreno e sa tenere insieme un esercito in ritirata, ma ha anche il vantaggio di misurarsi con comandanti mediocri: Clark lascia che tutte le truppe tedesche passino tranquillamente lo stretto di Messina, mentre lo sbarco di Anzio è affidato a Lucas, un generale buono per la prima guerra mondiale. L’Italia è lunga, montuosa, povera di strade ma piena di fiumi, per cui la difesa è organizzata per linee di cresta successive. Il nome di Kesselring non è legato a nessuna battaglia campale, ma fino alla fine della guerra rimane egli al comando delle sue truppe, le quali si macchiano anche di atrocità verso la popolazione civile, partigiani o meno. Anche se le Waffen SS erano fuori del suo controllo diretto, Kesselring aveva comunque la responsabilità del contrasto alle forze partigiane, e noi italiani abbiamo vissuto una tragedia nazionale. Certo, attenuò sempre gli ordini di Hitler, affrontandolo direttamente. Quegli ordini non li applicò mai alla lettera, altrimenti sarebbe rimasto inchiodato come von Paulus a Stalingrado o avrebbe seguito la sorte dei nazisti impiccati a Norimberga. Proprio in quel processo fu chiamato come testimone, ma a quello di Venezia nel 1947 fu dichiarato colpevole di crimini di guerra e condannato a morte, pena poi commutata all’ergastolo su richiesta di Churchill. Ma nel 1952 fu graziato e morì a casa sua nel 1960, a 85 anni. Negli anni ’50, infatti, andava ricostruita la Bundeswehr e la Guerra Fredda favorì, in effetti, criminali di guerra ben peggiori, a cominciare da Wolff, comandante delle Waffen SS in Italia. L’autore del libro – italiano – dà comunque su Kesselring un giudizio equilibrato, attingendo anche alle fonti del War Office inglese. Sicuramente Kesselring era un soldato dalla testa ai piedi, ma la sua fama non è legata a nessuna battaglia in particolare. In Italia nessuno lo ama, eppure, a credere alle fonti, attenuò di molto gli ordini di Hitler e non fu mai un mero esecutore. Bavarese e cattolico, sapeva trattare con il Vaticano. A sentir lui, amava l’Italia e la sua arte, il che è un classico degli alti ufficiali tedeschi. E almeno nella zona a lui assegnata, decise di testa sua di disarmare i soldati italiani dopo l’8 settembre, ma di mandarli a casa; in modo da evitare subito la formazione di bande partigiane. Si dirà: è calcolo, non umanità. Ma la guerra è fatta anche di senso pratico, e Kesselring sicuramente ne aveva.

 

Unico neo di questo libro è la mancanza di una buona serie di piantine delle operazioni militari. Si tratta di operazioni abbastanza note, ma il lettore digiuno di strategia andrebbe sempre aiutato.

 

L’AUTORE

Vasco Ferretti si dedica da tempo alla ricerca storica sul periodo dell’occupazione tedesca in Italia. Nel 1988, attingendo alle fonti d’archivio del War Office di Londra, ha scritto Vernichten e, nel 2001, 1944. Una estate rosso sangue. Con Mursia nel 2005 ha pubblicato Stragi naziste sotto la Linea Gotica. Sant’Anna di Stazzema, Padule di Fucecchio, Marzabotto.

 

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mercoledì, 18 marzo 2009

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Il mistero di Scapa Flow. L’incredibile storia dell’U-47 / Alexandre Korganoff.  Mursia editore

 

Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 1939, all’inizio della seconda G.M., un sommergibile tedesco, l’U-47, comandato dal tenente di vascello Prien, riuscì a penetrare nella munitissima base navale inglese di Scapa Flow, nelle isole Orcadi, a NE della Scozia. Questa base dell’Home Fleet rivestiva non solo un grande interesse strategico, ma anche simbolico: era lì che dopo la prima G.M. la flotta tedesca al completo si era consegnata al nemico e si era in seguito autoaffondata. Violarne le difese e distruggere le navi da battaglia ancorate era quindi un’operazione di grand’effetto propagandistico oltre che strategico. L’operazione venne pianificata con cura dal grand’ammiraglio Dönitz, responsabile dei 56 sommergibili con cui la Germania nazista entrò in guerra. Si trattava di trovare un varco nel sistema di isole, isolotti, reti, sbarramenti, secche e maree, batterie costiere e canali di accesso che proteggevano la base vera e propria. Opportunamente, l’editore ha stampato alle pagine 28 e 63 anche un paio di piantine della zona delle operazioni. In pratica, non appena in vista della costa delle isole Orcadi, l’U-47 mette il timone barra a sinistra e di notte, con la bassa marea e sfruttando le forti correnti, deve letteralmente scivolare nello stretto passaggio tra la costa di un’isola e un isolotto, passaggio mezzo ostruito da relitti, ma non impenetrabile per chi abbia fegato e competenza. L’equipaggio dell’U-47 li aveva. L’autore del libro, un francese di origine russa decisamente esperto di marina, descrive ora per ora l’azione, fornendoci sequenze di comandi e dettagli tecnici attendibili, ma senza i manierismi di Tom Clancy. Quello che è ancora più importante, vengono delineati in modo convincente caratteri e ruoli dei quaranta uomini che compongono l’equipaggio del battello. Il tenente di vascello Prien, poco più che trentenne, era un bravo ufficiale della marina mercantile poi entrato nel Partito e quindi passato alla Kriegsmarine. Duro ma cameratesco, sa anche prendere decisioni immediate, e nelle foto appare sia in alta uniforme che con giubbotto di pelle, sciarpa e barba di sette giorni. Il tenente Wessels invece è il direttore di macchina, responsabile dei motori diesel e di quelli elettrici. I suoi uomini riescono a riparare i guasti e a rifare i pezzi anche stando letteralmente in fondo al mare. Spahr, l’ufficiale di rotta, ha il suo daffare con girobussola, sestante e strumentazioni: non c’era ancora il GPS e il punto stimato deve qui tener conto delle forti correnti. Tutti vengono descritti al lavoro o di guardia, minuto per minuto. La vita dentro un U-Boot in missione diventa una narrazione mozzafiato.

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Arrivati in vista di una corazzata – in realtà il grosso della flotta era già partito – si lanciano i primi siluri. La nave viene colpita a prua, ma in porto non scatta nessun allarme. Il sommergibile ha tutto il tempo di ricaricare i tubi e ritornare all’attacco. Stavolta tre siluri colpiscono punti più letali e la nave quasi esplode a poppa, prima di rovesciarsi su un fianco. I superstiti saranno 200 su 1000 circa e i soccorsi verranno da una nave vicina. I nostri se la squagliano nell’oscurità navigando in superficie, scantonando un caccia che non li identifica e forzando controcorrente il passaggio da cui sono entrati. Sentono le bombe di profondità, ma ormai sono lontani: l’allarme è scattato tardi. Ma che nave era? Al buio era impossibile capirlo, lo dirà il giorno dopo la BBC: è la Royal Oak, un dinosauro da 36.000 tonnellate, una delle corazzate della prima G.M. rimodernate negli anni ’30. Non si fa cenno di un’altra nave, la Repulse, forse attraccata vicino alla prima e danneggiata dalla prima salva di siluri. Il resto del viaggio di ritorno non è una crociera, braccati come sono dalle navi che sorvegliano le coste inglesi e il Mar del Nord, senza contare i campi minati temporanei o non segnati sulle mappe tedesche. Comunque l’U-Boot 47 ritorna felicemente alla base e i suoi uomini vengono decorati con la Croce di ferro. Prien morirà in guerra nel 1941, ma altri suoi uomini erano ben vivi quando l’autore del libro, trent’anni dopo, li ha intervistati. Anche Dönitz era vivo e si è complimentato con lui. Molti gli allegati al libro: schede tecniche, c.d. diari di chiesuola, relazioni ufficiali. Infine, c’è un tentativo di metter ordine nelle varie testimonianze. All’epoca si diffuse tra i marinai l’ipotesi – assurda – del sabotaggio. Altri si inventarono una mitologica storia di spie. Ma se è facile far pulizia di interpretazioni fantasiose, più difficile è capire quali navi c’erano, dove stavano e quali sono state colpite. Della Royal Oak nessuno discute: un relitto enorme e  800 morti non si possono nascondere. Ma l’altra nave colpita qual’era? La Repulse – un incrociatore da battaglia -  non poteva esser scambiata con la Pegasus, un ferrovecchio di mercantile trasformato in portaidrovolanti. Ma quella notte la Repulse era fuori. Da qui l’ipotesi più suggestiva: ad esser stata colpita fu la Iron Duke, un altro mastodonte della prima G.M. ormai usato come nave scuola. La nave fu finita da un attacco aereo pochi giorni dopo e fu spinta dagli inglesi ad arenarsi. Era la nave ammiraglia ai tempi della battaglia dello Jutland, all’epoca orgoglio britannico e posto di comando dell’ammiraglio Jellicoe. L’ipotesi è verosimile, ma è stata sempre smentita dagli inglesi.

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martedì, 17 marzo 2009

Burattinai

 

La scalata sociale ai tempi dell’Apartheid

Se giochi puoi perdere… se non giochi non vincerai mai


Siamo nel Sudafrica degli anni Trenta del secolo scorso, in terra dei Boeri, i luterani olandesi che colonizzarono il Transvaal. La guerra con gli inglesi è ormai un ricordo, ma il conflitto non si attenua, essendo ora gli afrikaaner impoveriti, schiacciati tra lo sviluppo industriale inglese e l’urbanizzazione dei negri proletari. La reazione porta a quella chiusura culturale e sociale che durerà quasi fino alla fine del secolo appena passato, isolamento che sarà scardinato dallo sviluppo stesso dell’economia e dalle forze progressiste. Il trionfo di Nelson Mandela sancirà negli anni ’90 la fine del sistema sociale e ideologico razzista noto come apartheid. Qui siamo agli albori, ma a farne le spese sono subito il padre del protagonista – un pio falegname boero sposato con una zulu sradicata – e il figlio meticcio, Sunny. Quest’ultimo, assistito dal sindaco, riesce ad entrare in una scuola per bianchi, l’unica della zona: sarà quella la base per la sua movimentata e spregiudicata scalata sociale. Il tono del libro è avventuroso e il protagonista sembra uscito da un romanzo di Walter Scott, di cui Sunny è in effetti un accanito lettore: la sua è una vita di frontiera, piena di stimoli, ma dove la metà delle proprie energie è utilizzata per farsi accettare dagli altri. Egli è infatti ambizioso, ma anche intelligente ed ottimo osservatore: le sfumature negli atteggiamenti portano sempre l’impronta del potere e lui presto si adatta a convivere con gli inglesi snob. Ma è pur sempre più tollerato che accettato, anche se è preso a benvolere da qualche insegnante e soprattutto dalla signorina Lindsay, che gli dà una parte nella recita scolastica e se lo porta anche a letto. Con la vittoria in parlamento dei bianchi razzisti (1948), Sunny viene trasferito in una scuola per neri e meticci, scadente a dir poco. Quando ne viene cacciato dopo un’accusa di cospirazione, si trasferisce a Johannesburg con Jennie, una misteriosa ragazza conosciuta nella prima scuola. Figlia di un meticcio povero, Jennie era riuscita per un certo tempo ad ingannare il preside e tutti gli altri sulle sue vere origini; in realtà è una ragazza madre; è figlia di un alcolista e per campare si vende ai bianchi ricchi. Attrice naturale, diventa dunque compagna di avventura di quest’altro ambizioso attore sociale. Una volta arrivati a Johannesburg, il romanzo cambia tono: dimentichiamo i vividi, rustici boeri e gli stupendi panorami del Transvaal per affrontare la dura metropoli. In città i due nostri eroi trovano però la persona giusta proprio nella signorina Lindsay, ormai ricca vedova e impresaria teatrale, che decide di prepararli alla recita della vita: dovranno imparare a perfezione a muoversi nel bel mondo inglese coloniale, che a Johannesburg è schiacciato tra il nazionalismo afrikaaner e la massa dei neri inurbati, e si rifugia quindi nei propri esclusivi club, rispettabili quanto corrotti. Uno di questi – il Crown – sarà l’esordio di Sunny e di Jennie come impostori sociali, attori e registi di se stessi. La signorina Lindsay muore suicida sulla scena, per sfuggire a una letale tara ereditaria, ma ha la soddisfazione di aver formato due cinici attori professionisti: lui infatti diventa il protettore di Jennie, ormai prostituta d’alto bordo nei circoli che contano e dove entrambi sono stati introdotti con un duro esercizio nello stile di My fair Lady. I due fanno un patto: per due anni saranno soci di affari. Ma la tensione aumenta al pari dell’ambizione: ampliare il giro dei club esclusivi e quindi dei ricchi clienti impone regole ferree, molto tatto e un sistema nervoso stabile. Come Barry Lyndon, il nostro eroe è un avventuriero che sa benissimo quanto precario sia il mondo che si è costruito. Insieme a Jenny diventerà uno spietato sfruttatore di prostitute: per lui è l’unico modo di diventare appunto un burattinaio. Ma il destino può essere sempre in agguato… Non sveleremo il finale mozzafiato, ultimo dei colpi di scena di cui questo romanzo è prodigo. Ci limitiamo a dire che l’insieme sembra a tutti gli effetti – pur aggiornato ai tempi recenti e ambientato in Sudafrica – un romanzo inglese del Settecento: c’è in fondo un eroe che viene dal basso e vuole arrivare in alto. Ma in una società classista e razzista si può solo recitare una parte e diventare cinici. Ma pur sempre insicuri.

I burattinai è un’opera prima, da non sottovalutare. Sicuramente i ruvidi boeri risaltano meglio dei ricchi inglesi, la cui descrizione sembra più stereotipata, ma ambienti e personaggi - alcuni forse da sviluppare - restano impressi visivamente, come i panorami del Transvaal, il che suggerisce anche una futura trasposizione cinematografica. L’edizione italiana è tra l’altro arricchita di doverose note storiche, che aiutano il lettore nostrano ad orientarsi in quello che per molti versi è un romanzo storico.

 

 

Per un’occhiata alla letteratura sudafricana contemporanea, fenomeno tutt’altro che omogeneo, visto che esprime tradizioni e lingue di comunità diverse (inglese, afrikaaner, africana, afroindiana):

http://www.clarkesbooks.co.za/bestsellers.asp?y=2007&m=1

http://www.newafricabooks.co.za/books_cat_fic_poet.asp?offset=-1

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lunedì, 23 febbraio 2009

Quello che sorprende chi come me si è formato negli anni ‘60 e ’70, è l’assoluta e colpevole superficialità dell’attuale analisi sociale e politica. Formati da buoni insegnanti e presi dall’impegno politico, leggevamo molto. Dal canto loro, giornali, riviste e libri offrivano una quantità di dati strutturati e rielaborati oggi assolutamente impensabile. Molte analisi erano sicuramente viziate da un’eccessiva impostazione ideologica o fin troppo aderenti ai canoni dell’analisi marxista-leninista classica, ma perlomeno erano approfondite, filosoficamente fondate; erano in sostanza il prodotto di una buona cultura politica e sociologica.

Proviamo ora a scorrere le righe di giornali e riviste attuali. Accoltella da vigliacco il prof alle spalle? Era un ragazzo tranquillo e aveva nove in condotta. Bruciano l’indiano? Una ragazzata: sono figli di buona famiglia. E poi il razzismo è assolutamente da escludere. Distruggono la scuola? L’hanno fatto per noia. Gli zingari? Un popolo che ha molto sofferto. Gli immigrati rubano? In fondo rubano pure gli italiani. I clandestini rubano più dei regolari? E’ perché sono costretti a vivere in clandestinità. I writers? Artisti. I romeni stuprano? Mai quanto i marocchini. E poi, la maggior parte degli stupri avviene dentro casa e i colpevoli impuniti sono tutti italiani. Inutile poi fermare i clandestini perché tanto entrano lo stesso. La delinquenza? Fisiologica e sotto controllo. L’impunità e le scarcerazioni facili? I magistrati hanno applicato il codice. Quella ragazza ammazzata in Sicilia da tre masculi incastrati dalla sua presunta gravidanza? Era una bravissima ragazza, tranquilla. Bravissimo ragazzo, poi, quel biondino di Garlasco: uno studente modello, incapace di far male a una mosca. Nota: tutte queste frasi io non me le sono inventate, ma le ho riprese testualmente da giornali e telegiornali.

Intanto, certe affermazioni andrebbero soppesate prima di essere scritte, o almeno confrontate con la realtà sociale e processuale. Se bruciare il negro o l’indiano non è razzismo, allora per piacere ditemi cos’è. Che la delinquenza sia fisiologica e sotto controllo è una frase fatta; sa di mattinale di questura. Quella ragazza siciliana era seria: in fondo stava solo con tre uomini insieme. Se una banda di ragazzini demolisce una scuola, ma che significa buona famiglia? Quanto al ragazzo che a tradimento dà una coltellata al prof, è un represso, tant’è vero che il coltello se l’era portato da casa. Passiamo al biondino di Garlasco: mi permetto di dire che ogni volta che lo vedo penso a Anthony Perkins. Un carattere mite e taciturno – lo insegna Shakespeare nel Giulio Cesare quando indica Bruto – non sempre offre elementi di cui poter star tranquilli. Il ceto sociale alto come fattore di moralità è infine solo un pregiudizio, direi uno dei peggiori. Ma passiamo ora agli immigrati. Intanto, la confusione mentale ed etica dei giornalisti si vede dall’incoerenza lessicale: in uno stesso articolo o agenzia o telegiornale possono venir usati contemporaneamente o in sovrapposizione parole diverse: quei poveracci sono chiamati ora clandestini, ora immigrati, ora migranti; come se fosse la stessa cosa. Sul loro tasso di criminalità si può anche discutere, anzi si deve, ma dati alla mano, altrimenti è retorica. Quanto alla giustificazione che delinquono anche gli italiani, il punto debole del ragionamento è che nessuna società ha mai sentito il bisogno di importare delinquenti: è il frutto avvelenato della migrazione. Al massimo è il risultato di un’accoglienza senza integrazione, ma dire che rubano pure gli italiani significa non rispondere alla domanda. E non capire la realtà significa pure perdere le elezioni.

Come si vede, oltre che superficiali, certe affermazioni giornalistiche sono pure fuorvianti, inesatte e incoerenti all’analisi logica. Ma è solo cattivo mestiere o c’è dell’altro? Personalmente, proprio in base all’osservazione iniziale, ipotizzo una bassa preparazione culturale e politica dei redattori, un impoverimento intellettuale di cui si vedono solo ora i danni. Uscirsene con quelle frasi senza che nessun caposervizio le corregga è sintomatico della mancanza di adeguate basi culturali e politiche.


Ma anche questa analisi sarebbe superficiale se non arrivasse alle radici del problema. Non basta parlare di degrado scolastico, di abbassamento del livello universitario o di declino della sinistra ideologica: son disastri reali e documentati, ma non è tutto. Sono la condizione necessaria ma non sufficiente per il collasso, che si deve piuttosto ad una sorta invecchiamento dei circuiti cerebrali di una società –quella italiana – per molti versi sclerotizzata, senile. Pensavo alla magistratura e al suo modo di gestire la realtà processuale: di fronte alla necessità della difesa sociale, quelli sono ancora fermi al garantismo vecchio stile, all’esasperazione dei diritti individuali della persona e alla concessione dei benefici di legge anche in presenza di reati socialmente gravi. Un ordinamento che comunque considera socialmente meno gravi, p.es. i reati finanziari, invece ben più devastanti. Lo stesso ritardo culturale si nota nel modo in cui viene affrontata l’immigrazione: ancora non si è capito che gli spostamenti di popolazione povera producono anche conflitti, e che è in atto una migrazione dal sud e dall’est che in Europa non si vedeva dall’epoca delle invasioni barbariche, e che per molti versi presenta molte analogie con quanto avvenne nel periodo tardoantico. Ma se ci si gingilla ancora con i miti di trent’anni fa sulla futura (?) società multietnica e multirazziale, senza capire le implicazioni dell’impatto con sistemi di valori religiosi, etici e sociali diversi; se si esalta o si nega la diversità secondo le condizioni meteo, se soprattutto si nega la natura del problema o della risorsa, è chiaro che anche le decisioni operative saranno distorte. Se vogliamo, tutto questo ricorda la prima Guerra Mondiale: Cadorna e tutti i generali del suo tempo, alleati o nemici, combattevano una guerra del Novecento con il cervello ancora immerso nel secolo prima, con i disastrosi risultati che sappiamo. Lo stesso fanno in Italia magistrati, politici, amministratori, professori universitari, giornalisti. Il secolo è cambiato e loro ancora non lo sanno.


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martedì, 20 gennaio 2009

hermann-fantasmi

NIENT’ALTRO CHE FANTASMI / Judith Hermann

Roma, Edizioni Socrates, 2009.

 

In questa serie di sette racconti brevi scritti da una promettente autrice tedesca classe 1970, difficile è all’inizio trovare un senso: uomini e donne si prendono e si lasciano senza una vera passione, in mezzo a dialoghi rotti da mezze frasi e silenzi, ipotecati dalla presenza di precedenti legami caratterizzati da una strana persistenza, fantasmi appunto. Possiamo stare a Berlino, in Islanda o in Norvegia, nel Nevada o addirittura in luoghi ormai banalizzati come Praga e Venezia, ma sembra sempre di risiedere in un non-luogo, quel tipo di siti dove nessuno realmente risiede o vive, ma dove intesse comunque relazioni umane. Persino i mestieri dei vari personaggi sembrano sfuggire a classificazioni e stipendi regolari: artisti, guide turistiche, ricercatori universitari, pensionati o gente che vive di un lavoro precario neanche specificato. Nessuno in realtà si lamenta o sta male economicamente:  attardati prodotti sociali dello Stato assistenziale nordico, sanno vivere di poco: case d’affitto nella Berlino degli immigrati turchi, cottage di legno in Islanda o remote pensioni norvegesi, o semplicemente la rete europea degli amici. Amici con cui si mantiene uno strano rapporto di simbiosi o semiparassitismo, visto che una volta a Praga neanche ci si degna di fare una passeggiata od offrire una cena, mentre a Tromsø (Norvegia) si cerca di andare a letto con la moglie di chi ti ha invitato alla festa. Le compagnie sono qui in effetti più casuali che programmate, internazionali quanto basta, per cui le alchimie erotiche si rivelano bizzarre, incoerenti, oppure persino promettenti. Ma gli effetti si vedono nel tempo, magari riaffiorando come ricordo o come immagine, appunto come fantasmi. Difficile non collegare a questo punto lo stile di Judith Hermann a quello dei primi film di Wim Wenders (penso a Nel corso del Tempo), dove personaggi alienati quanto equilibrati si ritrovano sempre in viaggio per luoghi dove in realtà non hanno legami né intendono crearli. Nomadi moderni, si muovono in un dopoguerra dove ogni significante è azzerato e il senso va ricostruito. Si veda ad esempio la guida turistica che in Blu Ghiaccio porta in giro per l’Islanda i turisti: è tedesca, non ama il suo lavoro e annota i diversi comportamenti degli stranieri in cospetto di tanta natura aliena. Persino un luogo sfruttato come Venezia, in Acqua alta diventa alieno se visto da due turisti tedeschi pensionati che incontrano una figlia adulta quanto estranea. A Praga, come si è detto (Dove andiamo?), il gruppo degli ospiti “festeggia” il capodanno senza neanche uscire da casa, al punto che chi li ha invitati si chiede che senso abbia a quel punto viaggiare. Ma per i suoi ospiti un luogo vale quanto un altro, più importante è assicurarsi per quella sera la provvista di birra. Ospiti sicuramente scostanti, afasici, ma non certo privi di profondità al momento di guardarsi dentro o di rivangare vecchie storie. E qui parliamo della seconda intuizione dell’autrice: la persistenza dell’immagine, principio cardine del cinematografo e della psicologia. Se le relazioni attuali sono carenti, è perché la struttura profonda non è pulita, ma piena di immagini pregresse, fantasmi appunto.  In un albergo del Nevada c’è addirittura una bizzarra fotografa che li rileva con strane antenne e cerca di fissarne le tracce sulla pellicola. Chi scrive è quasi sempre una donna, ma – come in Ondina se ne va di Ingeborg Bachmann, i vari personaggi – Ruth, Raoul, Jonina, Magnus, Irene, Johannes - sembrano alla fine solo complementi o variazioni della stessa persona, come se i nomi propri fossero solo accidenti fonetici. Ma la visibilità di ogni personaggio è appannata da quella di un uomo o donna precedente: riemergono vecchie storie, amori celati, parentele, legami e strutture profonde sempre pronte a riemergere quando si sfaldano quelle superficiali.  Fantasmi, appunto.

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venerdì, 19 dicembre 2008

Quando si tratta di mascherare l'evidenza, la cultura italiana è speciale;  in più si avvale di una tradizione linguistica consolidata e raffinata. Sul notiziario ANSA di oggi (19 dicembre 2008), sotto l'articolo dove si riportano la sorte che toccherà ad Eluana Englaro e le polemiche tra la magistratura e il ministro della sanità, in bella mostra c'è un altro articolo in cui si narra di una ragazza uscita dal coma dopo un anno di vita vegetativa, grazie a un deciso intervento medico. Come dire: pensateci due volte prima di staccare la spina. Ma è proprio su quest'ultimo argomento che la lingua italiana fa miracoli: su tutti i giornali (quindi è il testo di un comunicato ufficiale) è scritto che, in quella clinica di Udine, Luana sarà "accompagnata per 15 giorni, poi verrà effettuata l'autopsia". Accompagnata dove? Alla MORTE, ovvio. Ma guai a dirlo. Non mi è chiaro per quale motivo servano quindici giorni per staccare la spina, ma è invece ovvio che per eseguire un'autopsia la persona dev'essere prima defunta. Viva la faccia del Vaticano che senza mezzi termini la chiama EUTANASIA.

Il problema infatti è proprio quello: creare un precedente o bloccarlo sul nascere. La posta in gioco è alta e su questo punto Stato e Chiesa stanno ai ferri corti. Ma sorprendono l'ipocrisia e l'atteggiamento pavido delle istituzioni laiche, laddove la linea cristiana è ferma e non conosce mezzi termini. Attenzione: io sono contro l'eutanasia, soprattutto se decisa da altri, ma come laico mi fa realmente schifo l'atteggiamento di chi tira mezzo sasso e poi nasconde pure la mano, sicuro che in seguito la sentenza originaria può diventare una legge-grimaldello capace di spalancare i portoni, più o meno come è successo con tante leggine sindacali.

Ho detto "l'eutanasia, soprattutto se decisa da altri". La sentenza del tribunale si basa sulla testimonianza del padre di Eluana, il quale ha testimoniato la volontà della figlia di farla finita in caso di vita vegetativa. Eluana teneva forse un diario? L'ha scritto da qualche parte? C'è un foglietto autografo di Eluana depositato agli atti? Niente di tutto questo: ci si basa esclusivamente sulla parola del padre, che avrebbe raccolto una frase della figlia qualche tempo prima del tragico incidente.  Dobbiamo proprio crederci? Più onesto da parte della magistratura sarebbe stato sospendere la patria potestà a un padre esaurito se non collassato da diciotto anni di stress. A lui va tutta la nostra comprensione, non certo alla magistratura.

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martedì, 30 settembre 2008

08040801 Bandiere

Si possono sciogliere reggimenti di Fanteria con secoli di storia alle spalle? Me lo chiedevo aspettando che le bandiere arrivassero. Parlo delle bandiere dei reggimenti disciolti, che vengono accolte e conservate per all’interno del Vittoriano. Stiamo schierati lungo uno degli enormi corridoi del Sacrario delle Bandiere, proprio quello dove a metà si apre l’ampio spazio del sacello del Milite Ignoto. E’ un luogo irreale, privo di finestre, dove anche il minimo rumore viene amplificato. Lo schieramento è già pronto, mentre dall’altra parte noi finiamo di allinearci. Accanto a me sta Paolo, l’alfiere, con la bandiera colonnella della nostra Associazione, che nell’araldica riproduce proprio i colori di uno dei tre reggimenti, il 1° “San Giusto”. Allineati alla nostra sinistra, venuti da Firenze, finiscono di schierarsi gli ex del 78°, i Lupi di Toscana. Ed è proprio la bandiera del 78° la prima che vedo arrivare, almeno quando riesco a riconoscere le mostrine rosse col filetto bianco. Segue la bandiera del 157° “Liguria”. Quelli del 1°, il “San Giusto”, li distinguo invece da lontano: la cravatta reggimentale è rossa. Il passo cadenzato di soldati, sottoufficiali e ufficiali rimbomba per il lungo corridoio e crea un’atmosfera strana, drammatica. Quando  gli alfieri si fermano, il picchetto si mette sull’attenti e un generale si stacca dallo schieramento per salutarli. Da questo momento in poi il cerimoniale diventa ferreo: l’alfiere presenta la bandiera, il comandante del reggimento la saluta per l’ultima volta, poi la consegna ufficialmente al Sacrario. Il picchetto d’onore e le associazioni d’arma si irrigidiscono sul presentat-arm, trattenendo ognuno le proprie emozioni. Tocca per primo al 78°, poi al 157°, infine al 1° reggimento. Gli sguardi restano fissi. Chi consegna la bandiera e chi presenzia la cerimonia sa che dietro ogni simbolo c’è una storia densa di avvenimenti, di battaglie e di routine, e l’unica memoria tangibile sarà proprio quella bandiera presto messa in una teca assieme alle altre.  Questo rituale si svolge identico per tre volte. Alla fine, quando passa il comandante del “San Giusto”, lo saluto pronunciando per l’ultima volta il motto del reggimento: “Fedele sempre!”

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